IL PUNTO DI VISTA

Editoriali a cura di Franco Pistono


 

04. 

Musica secondo natura                    

L’Orchestra nazionale barocca dei conservatori italiani suona Tartini

 

Il Festival internazionale di musica antica “Gaudete!” giunge all’ultimo appuntamento estivo con un evento profondamente significativo.
Presso la Chiesa della Madonna del Popolo di Romagnano Sesia (No), domenica 8 settembre, alle 18.00, l’Orchestra nazionale barocca dei conservatori italiani suonerà Giuseppe Tartini; titolo della serata è “Musica secondo natura”.
L’orchestra debutta ufficialmente a Palermo nel 2016, sostenuta dal Dipartimento per la formazione superiore del Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca (Miur), affrontando repertori che spaziano dalla musica sacra a quella profana del barocco europeo, con in programma vari autori, più o meno noti. 
I giovani musicisti, reclutati attraverso apposite graduatorie per ciascuno strumento, sono condotti da quattro guide d’eccezione: Enrico Gatti e Marie Rouquié, entrambi violinisti, Gaetano Nasillo, violoncellista e il flautista Marcello Gatti.
Affacciandoci alla serata, una riflessione centrata sul titolo. Musica e natura fu un binomio familiare a Tartini, il quale indagò il primo termine (musica) indubbiamente con sguardo artistico, ma anche scientifico, dedicandosi alla ricerca delle spiegazioni fisiche dei fenomeni acustici, esplorando il secondo (appunto, natura).
Tartini scoprì il cosiddetto “terzo suono” che da lui prese il nome, ovvero una nota generata da due altre eseguite congiuntamente; la nuova frequenza, diversa e coerente, deriva dalle prime, è frutto dalla loro sostanza. 
Ora, con prevedibile ma utile slancio metaforico, identico processo si ha con l’essere umano che, armonizzando le proprie intenzioni (si diceva delle eccellenti guide poche righe sopra), promuove la formazione e lo sviluppo di altre affini. 
Certamente non suoni nel caso, ma affetti e comportamenti, i quali comunque originano inedite armonie, consonanze e, infine, tradizioni.
Scavando attorno alla parola, mettendone a nudo le radici, vediamo che tradizione deriva da tradere, cioè trasmettere, consegnare. Il musicista diviene così curatore e custode di qualcosa da “passare”, da, finalmente, insegnare – ancora, in-signare è imprimere, fissare – rivolgendosi al domani, sfidando l’eterno.
E in questo processo, in questa tensione tanto nobile e umana, ravvisiamo che ogni atto superfluo, ogni manierismo fine a se stesso, risulta inutile, anzi grave, poiché tutto, naturalmente, deve prestarsi alla più chiara comprensibilità. 
Torniamo allora, chiudendo il pensiero, al cuore dell’estetica tartiniana, in cui la musica poeticamente declama, ricercando l’essenza delle cose, nella quale ciascun gesto (virtuosismi compresi, ove presenti) è utile e, di più, necessario e non esistono affettazioni né incertezze, bensì “canti ai quali è impossibile non attribuire un senso e dove si intravede appena che la parola manca”.
Accogliamo dunque domenica sera, quale dono, lo spirito dell’insigne violinista istriano, per il tramite dei giovani orchestrali e dei loro quattro custodi, per cinque concerti e una sonata intimamente secondo natura.

03

Una tastiera per due

Tre sonate di Mozart per clavicembalo a quattro mani

 

20 luglio 2019  ARMENO (NO) - Casa dei Padri - piazza della Vittoria, 5 - ore 21:00

 

Il Festival internazionale di musica antica “Gaudete!” entra nella sua parentesi estiva con un appuntamento tutto dedicato a una delle figure più straordinarie del panorama musicale di ogni tempo: Wolfgang Amadeus Mozart.

Sabato 20 luglio alle 21.00, presso la Casa dei Padri, in piazza della Vittoria 5, ad Armeno, Mario Stefano Tonda e Alberto Firrincieli eseguiranno tre sonate per clavicembalo a quattro mani del celebre compositore austriaco: nel dettaglio la KV 381, la KV 19D e la KV 521.

I brani segnano tre momenti molto differenti della vita di Mozart: la KV 19D è il frutto del genio di un bambino di appena 9 anni, la KV 381, composta a sedici anni, incarna la prima giovinezza e l’ultima, la KV 521, è del 1787, dunque di quattro anni precedente la morte di Wolfgang Amadeus, avvenuta nel 1791, all’età di soli trentacinque anni.I musicisti, di raro spessore (entrambi pianisti, clavicembalisti e musicologi), formano il duo “Harpsichord for two”, con all’attivo varie attività concertistiche e incisioni di coppia.

E’ curioso sottolineare questa peculiarità – il lavoro in coppia – non solo a livello puramente musicale, dunque uditivo, ma anche cogliendo altre prospettive, prima fra tutte l’inatteso richiamo alla componente visiva.

Parlando di musica (peraltro antica) può sembrar dissonante riferirsi alla vista ma, specialmente nel caso, non lo è; al contrario è coerente.

Intorno al 1780 il pittore Johann Nepomuk della Croce immortalò Mozart, allora poco più che ventenne, seduto alla tastiera di un clavicembalo accanto alla sorella Maria Anna, chiamata affettuosamente Nannerl. Appoggiato allo strumento, nel dipinto è presente il padre Leopold, anch’egli rivolto all’osservatore, recante un violino. Alla parete, un ovale raffigurante la madre Anna Maria, da poco scomparsa, completa il quadro familiare. Amadeus e Nannerl sono ritratti nell’atto di suonare, con l’elegante gestualità tipica della esecuzione a quattro mani, durante la quale si realizza un vero e proprio intreccio, una danza degli arti superiori degli interpreti impegnati sui tasti.

Oltre agli ostacoli propriamente tecnici, i quali l’osservatore può immaginare, pur nella fissità della tela, immediatamente si svela l’intesa emotiva che quei gesti impongono, l’intima unione dei musicisti, i quali sono chiamati a condividere il breve spazio di una tastiera (o due, nei clavicembali a più manuali) ma anche, in quella metafora dell’esistenza, la sfera privata.

Ecco dunque che il gesto che genera il suono si accende di ulteriore, inattesa espressività, mai fine a se stessa, bensì utile, anzi indispensabile, alla esecuzione medesima. Così il clavicembalo diventa palcoscenico, diviene teatro dell’azione.

 

 

Sabato sera, distanti dall’immobile prigionia del quadro, Alberto Firrincieli e Mario Stefano Tonda ridaranno vita a quegli antichi, fraterni tratti, con tre sonate tutte da ascoltare, e vedere.

02. 

Filobarocco: il piacere della ricerca
Il giovane ensemble italo-svizzero ospite al Festival “Gaudete!”

 

Filobarocco è il protagonista del secondo appuntamento del Festival internazionale di musica antica “Gaudete!”.

L’ensemble, nato dall’incontro di musicisti attivi all’interno delle classi di violino, flauto dolce e musica da camera dei conservatori Giuseppe Verdi di Como e della Svizzera italiana, si esibirà domenica 26 maggio, alle 18.00, nella Chiesa di San Giorgio, a Lozzolo.

Quattro musicisti, tutti giovanissimi, sono le anime della formazione. Con un’età compresa tra i 21 e i 31 anni, incontriamo Maria Luisa Montano, al flauto dolce, Carlo Maria Paulesu, al violoncello, Francesco Facchini, al violino e Marco Baronchelli al liuto.

Da subito orientato alla ricerca di proprie sonorità e personalità artistica, Filobarocco si rende stilisticamente riconoscibile sin dai primi concerti, in cui vengono sperimentati confronti tra musica antica e diversi generi di musica popolare, in particolare irlandese.

Anche il programma del 26 propone gustosi accostamenti, con nomi quali Telemann, Veracini, Falconiero e altri compositori coevi.

Del primo, a proposito delle incursioni in registri non propriamente classici, è utile ricordare lo stupore provato dinanzi alla cosiddetta “bellezza barbarica” della musica tradizionale polacca.

Il contrasto tra quella ruvida semplicità e la raffinatezza delle opere composte per gli ambienti di corte fu per Telemann fonte di idee e stimoli continui e inaspettati; fu una sfida a spingersi oltre i confini del suo tempo.

Il tentativo di cogliere un punto di sintesi tra stili diversi, forme differenti, fa da sempre intimamente parte del patrimonio della musica. Paradossalmente essa riesce a esprimere il mondo a un livello più ricco e profondo di ogni altra forma d’arte proprio in virtù dell’indeterminatezza che le è propria, proprio per via dell’impossibilità – pur dicendo – di significare; questo perpetuo investigare, questa fatica, diventano qualità che le rendono possibile connettersi direttamente all’anima di chi ascolta.

Il suo incessante fermento, l’essere aperta alle indagini, pronta a “riscriversi”, favorisce, con un’elastica, ardita parentesi, l’accostamento al pensiero di un noto scrittore, saggista e poeta statunitense: Raymond Carver. Nell’opera dal titolo “Il mestiere di scrivere” egli annotò il piacere di armeggiare a più riprese attorno a un racconto dopo averlo scritto, cambiando parti qui e là, sostenendo “può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento” per “tentare di scoprirlo”, in modo che divenga “un processo, non una posizione stabile”.

 

E proprio di questa bellezza dell’instabilità, del piacere della ricerca, ci parlerà Filobarocco, con la convinzione che, parafrasando Montale, “le note sono di tutti e invano si celano negli spartiti”; ovunque e di chiunque essi siano.

01. 

 Ritratto di sovrana

Al primo appuntamento del Festival “Gaudete!” protagonista è Christina di Svezia

“Alltid densamme” (tradotto dallo svedese, Sempre la stessa) è il titolo della performance che inaugura la dodicesima edizione del Festival internazionale di musica antica “Gaudete!”.
L’11 maggio alle ore 21.00, presso il teatro Giletti di Valdilana (Bi), il sipario si apre sulla vita di Christina, sovrana di Svezia dal 1632 – aveva soli 6 anni all’epoca, da cui il soprannome di regina bambina – fino all’abdicazione avvenuta nel 1654.
Tre i protagonisti dell’affascinante rappresentazione: Deda Cristina Colonna, Mara Galassi e Vincenzo Raponi. Regista e coreografa la prima, con un fitto repertorio incentrato sul periodo barocco, danzatrice e attrice con una competenza e un’attenzione specifiche verso il gesto retorico e la recitazione in stile.
Arpista la seconda, anche lei con un curriculum d’eccezione costellato di esperienze all’interno dei più famosi ensemble di musica antica d’Europa.
Completa il trio artistico il lighting designer (progettista dell’illuminazione) che accompagna l’esperienza con giochi di luce svelanti il complesso personaggio di Christina.
La performance, di un’ora e un quarto circa, coniuga musica, recitazione e danza. Si parte con Christina sul letto di morte e, in un caleidoscopio di ricordi che ci conduce a ritroso, fino a toccare il periodo dell’infanzia, si giunge all’annuncio del trapasso.
I monologhi di Deda Cristina Colonna, frutto dell’indagine di documenti originali, tra cui l’autobiografia di Christina, si sposano alle note dell’arpa di Mara Galassi, restituendo le atmosfere dell’epoca con brani di compositori attivi alla corte.
Proiettori tradizionali, torce, candele, specchi e led completano il quadro sottolineando, nella varietà del loro apparire, le sfaccettature della sovrana.
Modernità e tradizione dunque, amalgamate in questo esordio di “Gaudete!”, ci parlano di una donna dalla personalità composita e inaspettata, di spiccate intelligenza e passione, aperta all’innamoramento ma con forti riserve (“si sappia che il matrimonio suscita in me una profonda ripugnanza”), capace di relazioni consuete e di più arditi amori (“io sono vostra in una maniera per cui è impossibile che voi mi possiate perdere”, scrisse a una dama di corte di nome Ebba Sparre).
L’indagine, lo scavo di Christina, avviene in un incontro che coinvolge i sensi, in cui le corde seducono l’udito, gli specchi scompongono e ricompongono la frastagliata essenza della sovrana e la sua corporeità, e gesti e narrazioni trovano perfetta sintesi retorica.
Tre attori quindi, tre artisti, per un risultato unitario e unico.
Scrisse Baudelaire “Ieri mi hanno portato a teatro. Dentro grandi e tristi dimore in fondo a cui si vedono il cielo e il mare, uomini e donne, seri e immalinconiti, ma più belli e meglio vestiti di quelli che vediamo sempre, parlano con una voce che canta” e poco oltre “E si ha paura… hai voglia di piangere, e sei felice… E poi, la cosa più strana, è la voglia di mettersi quegli abiti, di dire e di fare gli stessi gesti, di parlare con quella stessa voce…”. 
Le emozioni che percorrono “Alltid densamme” ci mettono alla prova, ci spingono all’introspezione e dietro – o meglio, dentro – le maschere, nella loro varietà, ciascuno riscopre l’essere umano, il sé e l'altro, letteralmente, la persona.
Per le anime che vogliono riflettersi, dunque, l’invito è per sabato sera, alla corte di Christina.